12:30 del 9 maggio del 1978. Valerio Morucci, brigatista, telefona al professor Franco Tritto, (allievo, amico e collega di Aldo Moro) comunicando che in Via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella Partito Comunista Italiano, nel bagagliaio di una Renault 4 c’era il cadavere di Aldo Moro.

Dopo 55 giorni di prigionia, e l’uccisione della sua scorta, qualcosa dentro ogni italiano muore, la strategia del terrore ha raggiunto il suo punto massimo, le Brigate Rosse hanno messo in atto uno dei feroci attacchi all’ordine istituzionale che la Repubblica Italiana, post ’48, abbia mai subito.

Il sequestro del Presidente della Dc era avvenuto il 16 marzo, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto giurare il Governo Andreotti, il primo che non avrebbe avuto il voto contrario del Partito comunista italiano. Poche ore dopo il ritrovamento del cadavere Francesco Cossiga si dimette da ministro dell’Interno. La famiglia di Moro rifiuta i funerali di Stato, ritenendo le istituzioni colpevoli di non aver fatto abbastanza per salvargli la vita. Alcuni giorni dopo Papa Paolo VI, amico e confessore dello statista, celebra una commemorazione funebre pubblica a cui partecipano numerose personalità della politica e delle istituzioni.

Ricordare Aldo Moro è un obbligo. Ricordare la sua persona come figura di responsabilità politica e di statista che deve continuare ad illuminarci, ed è per questo che in tanti, in questo giorno, provano a cercare nelle sue parole nuova ispirazione. Perchè questo lasciano i grandissimi uomini: una eredità di azioni e pensieri capace di ispirare anche a decine di anni di distanza, anche quando il tempo sembra appannarne il ricordo.